SUPERARE IL PESO DI UNA SCONFITTA

Maestro Cosimo SpedicatoSUPERARE IL PESO DI UNA SCONFITTA: Come parlare a se stessi
Scegliere di iscriversi e partecipare a una gara presuppongono l’idea di presentarsi davanti a un pubblico, consapevoli del fatto che chi c’è di fronte non ci giudica nécome persone, né come atleti in un tempo a lungo termine  ma come concorrenti di una gara che si esibiscono in una performance in un dato giorno e in una data ora, dunque in un tempo molto limitato.
Nonostante tale consapevolezza, molti sono gli atleti che affrontano una sconfitta vivendola come uno dei più grandi fallimenti. Ciò determina: calo dell’umore, insoddisfazione, ridotta motivazione e stato d’ansia nel momento in cui ci si trova a dover condividere il proprio risultato con il pubblico o con terze persone.
Il confronto con l’altro durante una competizione è cosa non facile; perché giocano in quel momento più fattori: la voglia di riscattarsi, di godere di apprezzamenti personali e di gruppo; di sentirsi vincitori rispetto a qualcuno e di appagare istinti legati alla specie umana che hanno a che fare con un’aggressività insita in ciascuno di noi. L’aspetto agonistico e aggressivo viene poi enfatizzato sia dalle società sportive che pretendono risultati e garantiscono la fama a seconda dei risultati raggiunti; sia dalla stessa famiglia dell’atleta che spesso si attende il successo, incrementando così il timore del giudizio. Tutti questi fattori sono poi quelli decisivi che portano l’atleta a scegliere la via del doping, al fine di superare i propri limiti; limiti poi naturali e imprescindibili. Spesso l’abbandono sportivo si scatena quando, a seguito di forti stress legati alla competizione, si perde il senso del gioco e il divertimento che aveva spinto la persona a intraprendere quel dato percorso. In particolare, questo avviene nei minori perché si tende a descriversi e a percepirsi come capaci se si ottengono buoni
risultati e a perdere l’autostima in caso di sconfitta.
Pertanto, è necessario considerare le vittorie o le sconfitte come semplici risultati che servono a ciascun atleta per riflettere su:
- tipologia di allenamento praticata
- caratteristiche temperamentali e comportamentali proprie che possono emergere nel corso di una fase altamente stressante o ansiogena
- tecniche e strategie proposte per il futuro.
Date questa premesse, bisogna dunque considerare che vincere, così come perdere una gara fanno parte del gioco. Quando si sceglie di gareggiare, certamente l’adrenalina che spinge ogni singolo atleta ad allenarsi con costanza e a privarsi di momenti di svago è quello di vincere o di produrre ottimi risultati. Per tal motivo, dinanzi ad una gara, la mente e il corpo tendono verso ciò che si desidererebbe ottenere, al fine di restare soddisfatti dei risultati raggiunti, di perdonare se stessi e di dare una valida motivazione a chi sta al fianco per i sacrifici fatti. Vincere vuol dire per molti avere la conferma che quanto fatto fino ad allora, sia giusto perché ripagati dal risultato positivo. Tuttavia, quest’immagine o quest’idea non rappresenta la pura verità; e talvolta rischia di non stimolare in maniera adeguata la crescita professionale e personale. Vincere vuol dire tanto, ma non certo aver raggiunto risultati che mai verranno
superati, sia da se stessi che da altri atleti in un altro momento. Tanti atleti rimangono nella storia per i punteggi raggiunti o i minuti intercorsi nel raggiungimento di una meta nelle varie competizioni. La storia è però fatta di passato, presente e futuro; dunque ciò che si ottiene oggi è altamente importante per il dato istante, ma non decisivo per il futuro. Le conoscenze nel campo sanitario e le tecniche di allenamento, sia fisiche che psicologiche, cambiano nel tempo, dunque tutto può variare e i risultati possono essere superati.
Tali affermazioni hanno la finalità di far presente:
- a coloro che vincono di godersi il momento della vittoria a pieno e di non interrompersi mai, non indugiare o rallentare i ritmi, certi di rimanere vincitori nel tempo;
- a coloro che si sono imbattuti in una sconfitta, di non percepire quel momento come la dimostrazione che i sacrifici non siano serviti o che il proprio valore si sia ridotto; ma che anche quel momento è da intendersi come la possibilità per noi stessi di capire cosa dobbiamo migliorare o cosa dobbiamo continuare a fare.

Dott.ssa Fabrizia Lodeserto, Psicologa. Master in Psicologia dello Sport e Mental
Training. Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale.

Dott.ssa Floriana Signorile, Psicologa. Master in Psicologia del Comportamento
Alimentare e Gestione del Peso Corporeo.


  
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